“MED25 Le Bel Espoir”, UN NAVIRE-ÉCOLE POUR LA PAIX

Un progetto che nasce sulla linea degli incontri del mediterraneo che dal 2023 vedono il coinvolgimento dei giovani, con lo scopo di guardare alle grandi sfide del nostro mondo, capirle, ma soprattutto parlarne. Così è nata l’idea di una traversata che toccasse le coste di Nord Africa, Medio Oriente, Mar Egeo, Balcani ed Europa meridionale. Nell’anno del Giubileo con il motto scelto dal Papa “La speranza non delude”, il nome di questo progetto vuole essere un segno importante.

Oggi siamo abituati a vedere il mediterraneo come un mare che divide, come un ostacolo, come punto di morte. Eppure, il mediterraneo non divide, ma unisce, dobbiamo solo riscoprire questa sua dimensione.

L’arcivescovo di Marsiglia, il cardinale Jean-Marc Aveline, nell’omelia pronunciata il 2 marzo, prima della partenza ufficiale da Barcellona, ha sottolineato l’importanza di questa iniziativa: «Abbiamo bisogno di pace nel Mediterraneo, specialmente in questi giorni di crescenti tensioni internazionali e con il rumore delle armi sempre più minaccioso. La sete del potere e del profitto da parte di alcuni nostri dirigenti fa correre all’umanità degli enormi pericoli, a danno delle persone e dei popoli, specialmente dei più poveri e vulnerabili. Perché coloro che dichiarano le guerre, difficilmente ne sono anche le vittime!».

Questo è il motivo che mi ha spinto a partire e così ha avuto inizio il mio viaggio su una barca a vela ristrutturata: da Barcellona, navigando lungo la costa della Spagna, arrivando a Ceuta, passando per Tetouan e tornando a Malaga: un pellegrinaggio per mare.

La barca? Una sfida, una situazione scomoda, 29 metri per 36 persone… ma alla fine una nuova casa. E credo fermamente la scomodità della situazione ne sia stato un elemento fondamentale. Stare scomodi non è solo essere costretti a adattare le nostre abitudini, ma è anche confrontarsi con una persona che sai la pensa completamente diversa da te, che ti mette in discussione.

Il tema affrontato nella prima fase del viaggio riguardava il dialogo interculturale. Oltre alle conferenze abbiamo provato a parlare di temi come ambiente, immigrazione e religione nei cosiddetti “Team Time”, durante i quali, in una prima fase, eravamo tenuti ad ascoltare chi parlava senza intervenire. Solo in un secondo momento si apriva il dialogo e potevamo far convergere pareri e idee. Le nostre opinioni spesso divergevano, eravamo 20 ragazzi provenienti da 15 nazioni diverse, europee e non, ma siamo riusciti a creare un dialogo interculturale. Come? Imparando che il primo elemento importante in una discussione è l’ascolto, perché è dall’interruzione che nasce l’incomprensione. Inoltre, nonostante molti nostri ragionamenti divergessero per motivi culturali, in qualche modo si riuscivano sempre a trovare elementi di contatto nelle nostre opinioni. Abbiamo cercato di “incontrarci a metà strada”, nel rispetto delle nostre differenze. Quindi sì, in questa misura il dialogo interculturale esiste ed è possibile.

Un viaggio di una ventina di giorni denso di conferenze, incontri, visite, confronti ed emozioni, ma soprattutto di legami. Ognuna delle persone che ho incontrato ha un mondo dentro, una storia così ricca che merita di essere ascoltata, una vita così diversa da quella che vivo io… mi hanno aiutato a realizzare quanto dovremmo davvero uscire più spesso dalla nostra “bolla europea”.

Uno degli incontri più significativi è stato quello con Kenza, una ragazza musulmana. Mentre eravamo a Ceuta ha invitato me e altri 3 ragazzi a partecipare all’iftar, la rottura del digiuno durante il periodo di Ramadan, con la sua famiglia. Io ho accettato con curiosità, non sapevo nemmeno cosa fosse l’iftar. Mi aspettavo che quella musulmana fosse una cultura chiusa e invece ci hanno accolti a braccia aperte. Mi sono resa conto che forse la chiusura era mia.

Un altro incontro è quello con Danial un ragazzo palestinese che vive a Betlemme. È stato il primo ragazzo che ho incontrato appena arrivata a Barcellona. All’inizio non sapevo come fargli domande, cosa potesse risultare inadatto, poi tutto è stato naturale. Perché? Perché quando si parte, che sia un pellegrinaggio o un progetto come quello a cui ho partecipato io credo ci sia un elemento inspiegabile che nasce dal fatto di essere lì con lo stesso spirito e obiettivo. Non si conoscono le persone solo per “curiosità”, ma le si incontra per chi sono davvero e ci si lascia scoprire.

Forse noi europei viviamo in una bolla, dove ci occupiamo dei nostri problemi interni e pensiamo di guardare quelli esterni, ma questa esperienza mi ha aperto gli occhi su tantissime cose. Quando l’ultimo giorno ci siamo salutati, ci siamo tutti detti la stessa cosa: “Ti aspetto nel mio Paese”. È venuto naturale, e questo fa capire quanto le persone del Mediterraneo abbiano voglia di essere unite tra loro. Anzi, lo sono già!

Alessia Nuti

Video Racconto dell’esperienza